
Nel 1962, poco più che ventenne, il fotografo Bruno Barbey, alla guida del suo Maggiolino, decide di esplorare l’Italia. Ha in tasca un brevetto da pilota di aereo e in testa le parole di Saint-Exupéry. Vuole viaggiare, osservare e capire.

Le aule dell’École des Arts et Métiers di Vevey in Svizzera, dove studia per diventare fotografo professionista, non riescono a dare risposta al suo bisogno di conoscenza.

Comincia a comprendere che la fotografia può avere tutt’altro significato oltre che l’opportunità per farne una professione con cui sopravvivere.
Ho sempre scoraggiato i giovani fotografi dal diventare professionisti. Finché puoi mantenerti, dico loro, fotografa come fosse un passatempo, sarà il tuo lavoro vero

Ad accompagnarlo, la passione per il cinema che a Parigi, durante la sua adolescenza, aveva avuto modo di coltivare con amici del calibro di Éric Rohmer alla Cinémathèque Français. La sua Leica M2 diventa non una semplice fotocamera, ma una macchina con cui produrre visioni prima che Immagini, storie anziché semplici cronache.
Inizia così il progetto Les Italiens.







Il racconto di Barbey ci mostra un Paese carico di contrasti, ma tutto il progetto è accomunato da un profondo rispetto verso i suoi protagonisti ed i loro luoghi. “Le persone semplici sono generose con i sogni”, ha scritto Tahar Ben Jelloun i cui testi accompagnano le fotografie nella prima edizione del volume Les Italiens.

Che bella la mostra al secondo piano della galleria Bertoja a Pordenone.
Un tuffo negli anni ‘60, in un’Italia che comincia a credere nel “miracolo economico”, pur in un contesto ancora caratterizzato da forti contraddizioni.
Le fotografie presentate offrono uno straordinario affresco dell’Italia di quel tempo.
La selezione d’immagini, quasi tutte realizzate tra Roma e Napoli, diventa un taccuino d’appunti realizzato con la macchina fotografica, che immortala una rappresentazione della commedia dell’arte in cui gli interpreti sono le persone che abitano il Belpaese.
Il fotografo dichiarò: “Sono convinto che il tempo abbia dato agli italiani, ai loro volti e alle loro espressioni, un po’ di anima (…). Non avevano alcun complesso davanti alla lente. Guardavano in macchina rimanendo ben dentro i loro panni e la loro vita; amavano la vita, tutto quel che dovevo fare era coglierli così com’erano”.
Per gli amici di Pordenone, immancabile
