A Parigi, Jeu de Paume celebra il lavoro vibrante e singolare di Tina Barney, una grande figura della fotografia americana, riconoscibile per il suo lavoro di rappresentantazione di ambienti famigliari.
La mostra su Tina Barney é una delle prime in Europa ed é imponente.
Colpiscono subito i suoi ritratti con colori vibranti , di grande formato, che che sembrano quasi dei dipenit.
Jeau de Paume, Parigi, ottobre 2024
Colpisco perché invitano quasi ad ‘entrare in casa’. Gli sgaurdi, i dettagli, la composizione, la messa in posa di alcune scene di famiglia sono davvero un’invito ad entrare nella scena.
“Voglio rendere possibile l’avvicinamento all’immagine. Voglio che ogni oggetto sia il più chiaro e preciso possibile in modo che lo spettatore possa davvero esaminarli e sentirsi come se entrassero nella stanza. Voglio che le mie foto dicano “Puoi entrare qui dentro. Questo non è un posto proibito. ‘ Voglio che tu sia con noi e condivida questa esistenza con noi. Voglio che ogni cosa si veda, la bellezza di tutto: le texture, i tessuti, i colori, la porcellana, i mobili, l’architettura.”
Tina Barney, BOMB Magazine, 1995
La mostra presenta 55 fotografie in formato molto grande, prevalemente a colori, di gente comune (anche se probabilmente di famiglie piuttosto benestanti), con la sola eccezione dell’attrice Julianne Moore.
La foto che ritrae Julianne Moore e il figlio, Jeau de Paume, ottobre 2024
Verso la fine degli anni ’90 Tina Barkely incomincia a semplificare la sua composizione mantenendo sempre quella spontaneità nelle espressioni che sembra quasi impossibile considerado che usa macchine fotografiche di grande formato, con cavalletti e luci.
I loro sguardi sono disarmanti.
“Ho cominciato a eliminare le persone alla fine degli anni ’90. La mia fotografia divenne più come ritratto, e per quanto difficile e impegnativo, mi tiene ancora interessata oggi – una persona che si confronta con la telecamera e cosa fare con lui o lei.”
Tina Barkley, The Brooklyn Rail, 2018
Davvero una bella mostra. Se siete o passate per Parigi, é visitabile fino al 15 Gennaio 2025. Osservare le sue foto in grande formato da vicino, é davvero un’altra cosa che guardarle sul web, indipendentemente dalla grandezza dello schermo.
Ho incontrato Valeria Miniussi in un pomeriggio d’agosto a Pordenone, durante le vacanze estive. Valeria é un’artista, che da diversi anni ha avviato un percorso di creazione di opere costruite a partire da scarti di plastica, oggetti ritrovati, cose scartate.
Il ridare vita a quello che lasciamo andare é affascinante e i suoi prodotti finali, ai quali Valeira arriva dopo un lungo lavoro di creazione, di ripensamento e revisione, sono una testimonianza di come ci sia sempre una seconda vita, una seconda opportunità. Anche per le cose. Dopo l’istituto d’Arte di Cordenons, segue 2 anni di architettura e poi scuola di design.
Ho lavorato anche in aziende, ma non faceva per me. Non vedevo l’ora di uscire e dedicarmi ad altro. Viviamo in un mondo che t’incanala sul classico lavoro d’ufficio, che ti limita e probabilmente ti rende infelice.
Valeria capisce che puo’ fare altro e, una quindicina d’anni fa, decide di fare dell’arte la sua principale occupazione e non la principale distrazione di una vita impostata su altri canali. I quadri e la pittura sono il punto di partenza.
Incomincia a partecipare a delle mostre nelle province del Nord Est, contatta negozi per vedere se possono proporre le sue opere, segue un corso di imprenditoria culturale al PAFF. Capisce subito che focalizzarsi sui quadri e sulla pittura é limitativo, se non altro perché il quadro non é sempre semplice poterlo appendere in casa. Occorreva anche proporre cose più piccole, agili, di facile trasporto.
Da qui l’idea di recuperare la plastica, prima ancora che in città si parlasse e si introducesse la raccolta differenziata.
Sono sempre stata una ‘pioniera’, mi hanno anche bocciato all’Università per alcune di queste idee. Avevo fatto una tesina su un materiale utilizzato all’epoca per rivestimenti interni, e ho scoperto che si poteva usare anche per allestimenti esterni, cosa che succede normalmente ora. Ma allora, la mia proposta é stata bocciata.
Mi racconta della sua prima opera, che tra l’altro non é poi cosi’ piccola, di come ha sviluppato il progetto, del processo creativo e di come ha adattato gli spazi del suo appartamento per potersi dedicare al lavoro di creazione, non avendo un atelier esterno.
opera prima
Per fare questa ci sono volute molte tappe, non sempre ero soddisfatta e ho ricominciato diverse volete. Metto via molti scarti e molti oggetti, quindi il lavoro di creazione é continuo, almeno finché non sono soddisfatta.
Parliamo anche di come nascono le sue opere e da dove arriva l’inspirazione.
Viaggio appena posso. Recentemente il Giappone é stata una fonte incredibile di inspirazione. La gentilezza delle persone in Giappone mi ha colpito. La cura per gli allestimenti, qui ce ne stiamo dimenticando. Ma anche Pinterest o la televisione: le scenografie di alcuni programmi posso darmi interessanti spunti su cui lavorare.
Ma ispirazione non é copiare. Sui social media e Pinterest in particolare ha un’idea piuttosto chiara, che condivido in pieno.
Io lo uso (Pinterest) per non fare le stesse cose.
Vivere d’arte non é facile, specialmente in una città di media provincia. C’é poca educazione nel valutare il tempo di una creazione e c’é difficoltà negli artisti a dare un valore corretto alle loro opere.
Ci sono i mercatini, i contest, ma spesso diventano momenti di delusione. Dalla parte degli organizzatori, sembra esserci una valutazione dell’artista esclusivamente per la sua capacità tecnica, piuttosto che in funzione della creatività; dalla parte del pubblico, dietro l’apprezzamento generale del lavoro di un artista, si cela la sensazione che si tratti pur sempre di un perditempo, di un hoppy. E , come tale, viene valutato di poco valore economico (“Anch’io so fare questa cosa qui”). Non c’é la percezione del tempo che serve per creare una di queste opere: la scelta dei materiali, l’ideazione, il percorso creativo.
Valeria non si é fermata a questi pregiudizi e continua a cercare le sue strade.
Sto cercando altri canali, come le tazze, le magliette, create digitalmente e fatte stampare in Spagna (perché in Italia devi fare almeno 5000 pezzi per poterla stampare qui …..).
Si entusiasma per ogni opera (tutti pezzi unici) venduta dai negozi cittadini che propongono le sue opere. Ci vede un futuro e le dà motivazione.
Immagina già di poter sperimentare e creare con altri materiali.
Ora passero’ alle piastrelle.
Nella nostra conversazione ci soffermiamo a parlare sulle collaborazioni artistiche, che lei spesso cerca, anche se non sempre con successo.
“Io ci provo, ma poi spariscono”.
Per artisti come Valeria avere più contatti é fondamentale: a certi livelli é difficile, se non impossibile, accedere alla grandi mostre o alle ai grandi eventi espositivi, che tra l’altro hanno prezzi di accesso davvero inaccessibili.
Alcune mostre hanno una fee di access che può’ arrivare a 10.000 euro: per me sarebbe impossibile.
Valeria é convinta che c’é un lavoro che le associazioni culturali dovrebbero fare per creare maggiori opportunità ad artisti emergenti, ma anche nell’educare le comunità al recupero delle cose e a valorizzare chi lo fa, a vari livelli.
C’é una costanza in quello che fa, c’é uno suo stile, una sua voce: l’uso dei materiale, i colori, le forme. Niente di tutto questo potrebbe essere creato dall’Intelligenza artificiale, perché le esperienze e la sensibilità di Valeria la portano a rafforzare la sua voce artisiica, rendendola unica.
Mi racconta di come in Grecia, dopo otto ore di cammino, ho trovato un panorama mozzafiato che ha tenuto dentro di sé fino a casa, quando ha saputo ricreare quell’immagine esattamente come l’aveva memorizzata.
Viaggio in Grecia
Il blu é il suo colore. E’ costante nelle sue opere, negli abiti che indossa, nelle mura del suo appartamento. E’ il colore della calma, del silenzio, dell’equilibrio. Il suo blu rilassa.
La storia di Valeria é quella di molti artisti, silenziosamente impegnati a far conoscere la loro voce la loro visione del mondo. La fatica di proporre le sue opere non viene gestita come un fallimento, ma come un continuo stimolo nel cercare nuove strade e nuove opportunità.
Ci saranno altre possibiltà e basta darsi da fare di più.
Probabilmente, tende a sottovalutare il valore di quello che crea, ma é alla ricerca del suo ‘canale giusto’ e ha chiara la consapevolezza che arriverà.
Valeria ha trovato la sua voce nella capacità di trasformare oggetti di recupero, dar vita a nuovi elementi, rinnovandoli o modificandone il loro uso originale. Solo per questo é una storia di speranza che ho voluto raccontare.
Curiosamente Valeria, alla fine dell’incontro, condivide con me l’idea di voler provare a confrontarsi con la ceramica.
Proprio mentre stavo completando questa storia, mi arriva un suo messaggio con alcune immagini delle sue ultime creazioni…..
Le ultime creazioni – foto di @ValeriaMiniussi
E’ bello vedere come molte delle cose mi ha detto oltre due mesi fa già trovano futuro. A dimostrazione della determinazione nel proseguire il suo perocorso.
Un altro incontro che mi ha arricchito e spero possa essere di stimolo per altri.
Se vuoi acquistare une delle sue creazioni e seguire il suo percorso artistico, puoi collegarti al suo canale Instagram.
Valeria, agosto 2024
La versione in inglese di questo articolo é disponibile su blog in inglese
Curioso questo trend in analogico. I vari centri commerciali di Singapore, ma immagino di gran parte delle città asiatiche, sono pieni di aree dedicate a self-photo-studio, un concetto a metà strada da un vero e proprio studio fotografico e una ‘classica’ cabina per le foto d’identità.
Ci trovi spazi più ampi, qui sopra l’ambientazione é una fermata della metro, cabine foto più grandi per le foto di gruppo, accessori di abbiglaiemento, divani, specchi , etc.
Self photo studio, Singapore, ottobre 2024
Capisco di più il successo di Instax, ‘fotocamere giocattolo’ e apparecchi di questo tipo, che senz’altro generano introiti in modo costante (immagino molto più interesssante di vendere macchine fotografiche costose) per i costruttori. Ma offrono anche un nuovo modo di fermare i ricordi, educano alla stampa delle foto e riducono la dipendenza dal digitale.
Queste cabine sono prenotabili, cosi come si prenota un a sessione dal parruchhiere o uno spazio di wo-working. Nella giornata di sabato che ho trascorso a Singapore, prevalentemente nei centri commerciali per difendermi dal calo, li ho sempre visti pieni.
Self-photo studio, Singapore, Ottobre 2024
Insomma, una cosa simpatica, a mio avviso. E non necessariamete una pratica ‘asiatica’.
Se vi capita di passare al 53 Rue des Trois Fréres a Montmartre, dove c’é un photo booth, troverete spesso (direi sempre nei week end) giovani in coda per una fototessera.
Fototessere, Singapore, Ottobre 2024
PS.
Se ti trovi in Europa o negli Stati Uniti e vuoi trovare un photo booth vicino a te, ecco una interessante mappa che ti aiuterà a localizzarli.