• Le solite cose

    Le solite cose” è un bentornato sussurrato dalle strade di Parigi.

    Dopo la parentesi delle vacanze, il tragitto verso il lavoro diventa un rito di riappropriazione. Pochi scatti che celebrano la bellezza dell’ordinario: angoli, luci e geometrie incrociate mille volte, ma che all’improvviso, nel primo giorno di ritorno, compongono il mosaico di un’unica, rassicurante certezza. Quella di sentirsi di nuovo a casa.

    E’ la nuova zine che trovate qui. Creata tutta d’un fiato. Ora in stampa con Blurb.

  • Rimuovere e Ricomporre: Uno Sguardo Fotografico sul Terremoto del Friuli

    « Il terremoto in Friuli del 1976 è stato un evento disastroso che si ricorda oggi, a cinquant’anni di distanza, ma è anche un crinale, un punto di osservazione privilegiato per comprendere, da una nuova prospettiva, le trasformazioni vissute dal Friuli. »

    Inizia così la mostra al Castello di Udine, un’esposizione che ho visitato per rivivere un momento particolare della recente storia friulana. Ricordo ancora, bambino, mio papà che mi trascinava giù in strada in quella sera di maggio del 1976.

    I Civici Musei di Udine, insieme a quattro curatori e al CRAF, presentano i lavori di Olivo Barbieri, Marina Caneve, Davide Degano e Giulia Iacolutti, aiutandoci oggi a ripercorrere questa fase. I fotografi hanno lavorato in residenza e su commissione tra il 2025 e il 2026, proponendo una rilettura dei territori e delle istituzioni a distanza di molti anni dal sisma.

    Il terremoto in Friuli del 1928
    Lago di Cavazzo- il viadotto dell’autostrada A23, primo viadotto autostradale antisismico realizzato in Italia e completato poco prima del terremoto del 1976

    Contrariamente a quanto mi aspettassi, l’esposizione non si limita a documentare gli effetti distruttivi del terremoto (sebbene anche questi siano ovviamente presenti), ma offre piuttosto una testimonianza di come i fenomeni sismici siano stati gestiti e vengano tutt’ora monitorati.

    Il sismogramma del terremoto del 6 maggio 1976, per esempio, fu registrato dalla stazione sismologica di Trieste (codice TRI-II/), che dal 29 luglio 1963 è parte della rete mondiale standardizzata WWSSN. All’epoca, questa era l’unica stazione sismica in Friuli e si trovava all’interno della Grotta Gigante, nell’omonimo borgo, a circa cento metri di profondità all’interno di una casetta in cemento.

    Le tre tracce che compongono il documento provengono dai sismografi di rete Benioff a corto periodo ed Ewing-Press a lungo periodo. La stazione conserva inoltre una delle poche coppie originali di sismometri a torsione Wood Anderson (WA, Lehner-Griffith TS-220, installati nel settembre 1971 e tuttora operativi a cura dell’OGS), impiegati per il calcolo della magnitudo locale Ml.

    Oggi, seppur più moderno, il sismografo è ancora collocato esattamente nella stessa posizione, non lontano da due pendoli geodetici che attraversano tutta la grotta in verticale.

    La grotta gigante

    La mostra include poi specifici progetti autoriali.

    Il terremoto è un fenomeno che appartiene a un tempo preciso ma che, allo stesso tempo, rimane fuori dal tempo: qualcosa che potrebbe accadere nuovamente all’improvviso, mantenendoci in una condizione paradossale di allerta e assuefazione. Esplorando questa idea, ‘Ricomposto a terra’ di Marina Caneve nasce come riflessione sul terremoto del Friuli a cinquant’anni dall’accadimento e, più che su un’impossibile documentazione, si concentra sulle trasformazioni che il sisma ha generato come fenomeno attivo.

    Tracciati sismici

    Grotte, ex miniere, bunker militari e aree montane diventano luoghi attraverso cui osservare la sismologia in relazione all’ingegneria sismica, alla geologia e alle modalità con cui interpretiamo un territorio fragile. Su un ulteriore piano, attraverso una pratica visiva non didascalica, il lavoro mette in dialogo sapere scientifico e tecnologia con saperi ancestrali e forme di conoscenza legate all’osservazione del mondo animale.

    Come nella ricomposizione al suolo delle novemila pietre del Duomo di Venzone, ogni fotografia è un frammento che acquista significato entrando in relazione con le altre, restituendo una visione stratificata del sisma come fenomeno attivo e generatore di riflessioni sul nostro rapporto con lo spazio urbano e gli ecosistemi che ci circondano. A Venzone il Duomo – con un’attitudine che l’architetto e urbanista Pier Luigi Cervellati definì “più autentica rispetto agli stereotipi imposti dalle leggi del consumo e dello spreco” – venne riassemblato con le sue oltre novemila pietre disposte a terra, numerate, studiate e ricollocate una a una. Cambia la forma e forse anche il senso dei luoghi, cambia il nostro rapporto con essi e come li, e ci, misuriamo.

    Duomo di Venzone

    La parte che più mi ha colpito, tuttavia, è stato il progetto “Rimuovere” di Giulia Iacolutti.

    Rimuovere

    Il progetto ‘Rimuovere’

    L’artista, in dialogo con psicoterapeuti e persone che hanno attraversato l’esperienza del terremoto, indaga l’evento a partire dalla dimensione del gesto post-traumatico, inteso come traccia incarnata di una memoria che eccede il momento dell’emergenza.

    Rimuovere, Giulia Iacolutti

    È in questa prospettiva che l’opera – il cui titolo riprende il concetto freudiano di rimozione, inteso come espulsione dalla coscienza di un contenuto psichico doloroso – mette in relazione la dimensione psicoanalitica del termine con l’atto del rimuovere le macerie, la polvere e ciò che non smette di agire e permane nei corpi e nelle relazioni, ben oltre il ripristino visibile degli spazi. Rimuovere sposta l’attenzione verso forme di cura che attraversano la salute mentale, là dove la riparazione non è visibile, ma continua a operare in silenzio.

    Se avete occasione, passateci. Ne vale la pena.

  • Terraferma: un viaggio visivo lungo 17 anni nei silenzi del mondo
    L’ingresso della mostra

    Terraferma è molto più di un progetto fotografico: è un’opera di lunga durata, un viaggio visivo e introspettivo che da ben 17 anni attraversa quattro continenti. Nato dal desiderio di esplorare il legame tra l’essere umano e l’ambiente che lo circonda, nel tempo si è trasformato in una ricerca intima sugli spazi minimali, luoghi in grado di trasmettere e far risuonare una calma universale.

    Un ancoraggio in un mondo che corre

    Il concetto di “terraferma” si intreccia profondamente con il minimalismo. In queste immagini, la terra non è soltanto la superficie fisica su cui camminiamo, ma diventa il simbolo di stabilità, identità e connessione.

    Viviamo in un’epoca caratterizzata da movimenti frenetici e da un’urbanizzazione dilagante. In questo contesto, i paesaggi essenziali e sobri di Terraferma – dove la presenza umana è sempre discreta – si trasformano in veri e propri rifugi visivi. Offrono un ancoraggio, un momento di quiete e di permanenza in un mondo in costante mutamento.

    Il potere degli spazi vuoti e del “non-detto

    Oggi il nostro rapporto con l’ambiente è spesso distratto e superficiale. Questo progetto, invece, ci costringe a rallentare e ci ricorda l’importanza della contemplazione. La vera forza di queste fotografie risiede nella bellezza di ciò che è lasciato all’immaginazione.

    Gli spazi vuoti ritratti non sono assenze, ma diventano luoghi di proiezione:

     Lasciano respiro alla mente di chi guarda.

     Permettono allo spettatore di riempire l’immagine con i propri ricordi e le proprie emozioni.

     Trasformano l’opera in un’esperienza interattiva, creando un dialogo silenzioso tra l’autore e l’osservatore.

    Un archivio in continua evoluzione

    Anno dopo anno, Terraferma ha preso la forma di un grande archivio visivo. Ogni scatto non rappresenta soltanto un luogo specifico, ma è il tassello di una mappa molto più ampia.

    L’immagine che più mi ha colpito

    È una ricerca che attraversa geografie lontanissime tra loro, ma che mantiene un unico, saldo punto di origine: lo sguardo di chi fotografa e il profondo legame con il paesaggio che lo ha visto crescere.

    TERRAFERMA di Francesco Zanet è attualmente è fino al 13 settembre 2026 alla Chiesa di San Lorenzo, a San Vito al Tagliamento (Pordenone). Se vi capita , passateci (così potete visitare anche un bel borgo !)