Mentre Venezia si preparava all’invasione pacifica della “Su e zo per i ponti” e sperimentava i nuovi ticket d’ingresso, io ho deciso di puntare il navigatore altrove. Direzione sud, verso quella laguna che profuma di sale e di vita quotidiana: Chioggia. Dovevo aspettare il mio volo di rientro su Parigi alle 20, quindi un po’ di tempo c’era.
Non l’avevo mai visitata, e ammetto che è stata una sorpresa rigenerante. Mi sono ritrovato immerso nella Festa dei Fiori, con i colori dei petali che contrastavano con il rosso dei mattoni e l’azzurro dei canali. Ma al di là dell’evento, è stata l’atmosfera a conquistarmi.
Oltre il riflesso dell’acqua
Le foto che ho scattato raccontano una storia fatta di contrasti dolci:
Il Mare: Non quello delle cartoline patinate, ma quello dei pescherecci, delle reti stese e di un orizzonte che sembra non avere fretta.
La Vita da Bar: C’è un’arte antica nel sedersi a un tavolino in Corso del Popolo. Ho osservato i “tempi distesi” della provincia italiana, dove un caffè o un calice di vino non sono solo consumazione, ma un rito sociale immutabile.
La Tavola: Una sosta al ristorante era d’obbligo. La cucina chioggiotta è schietta, proprio come la sua gente: sapori di mare autentici, senza troppi fronzoli.
Perché scegliere la “Piccola Venezia”?
Scegliere Chioggia significa scegliere la sincerità. Qui non sei un turista di passaggio che paga un biglietto; sei un ospite di una comunità che continua a vivere i propri spazi con orgoglio. Tra una calle e l’altra, ho riscoperto il piacere di camminare senza una meta precisa, lontano dal caos dei grandi flussi.
Se cercate lo sfarzo, andate a Venezia. Se cercate l’anima della laguna, venite a Chioggia.
PS. Ci potete arrivare in vaporetto da Venezia (oppure in autobus, N.80 lungo la via Romea)
PS. Ti à vògia! : Certamente! Espressione comunissima. Letteralmente “hai voglia!”, può essere seguita da una proposizione subordinata introdotta da se
Di recente ho visitato la Biblioteca Civica di Pordenone per vedere la mostra fotografica dedicata a Patrick Frilet, intitolata The Troubles. Le pareti ospitavano gli scatti realizzati dal fotoreporter francese a Belfast, tra il 1973 e il 1975, anni in cui l’Irlanda del Nord era spaccata a metà da una sanguinosa guerra civile tra lealisti protestanti e insorti cattolici.
Camminando tra quelle immagini, mi sono accorto di un dettaglio che mi ha fatto riflettere su come guardiamo le fotografie oggi. Nell’era digitale, siamo diventati ossessionati dalla nitidezza. Cerchiamo la risoluzione perfetta, il fuoco impeccabile, il dettaglio chirurgico. Eppure, davanti agli scatti di Frilet, la “perfezione tecnica” perde improvvisamente di significato.
Le sue fotografie di Belfast non sono nitide. Spesso sono mosse, sgranate, catturate nell’urgenza del momento, nel fumo delle strade o nel caos degli scontri. Ma è proprio in questa imperfezione tecnica che risiede una forza comunicativa devastante. Quella grana spessa e quel micromosso non sono errori, ma tracce di vita: testimoniano che il fotografo era lì, dentro l’azione, senza il tempo di impostare lo scatto perfetto, guidato solo dalla necessità di documentare una realtà brutale.
Quelle immagini non cercano l’estetica, cercano la verità. E la verità, specialmente quella di una guerra civile, è raramente a fuoco e perfettamente esposta. È caotica, sporca, immediata.
Ho voluto catturare un frammento di questa esperienza portando a casa qualche scatto dell’esposizione fatto con il mio iPhone. Le trovate qui sotto. Guardandole, vi invito a fare un passo indietro dalla nitidezza a tutti i costi, per ritrovare il sapore di una fotografia che, prima di essere bella, doveva essere vera.
Confesso che era una vita che non guidavo macchine di questo tipo, probabilmente dai tempi (lontani) della mia Citroën Méhari
Oramai queste auto sono riadattate per escursioni dia qualche ora di tipo turistico, nei quartieri caratteristici di Parigi, oppure, come in questo caso, nelle colline dei Grand cru di Francia.
All’interno radiotrasmittenti per comunicare con le altre auto della flotta e radio con musica d’ambiente francese. Basse velocità, freni diciamo di non ultimissima generazione, prudenza alla guida essenziale (soprattutto in questi ambienti collinari, fortunatamente senza traffico).
I nomi delle auto un programma: mostarde, france, jade, Rosalia.
Bella esperienza, tipica per un team-building ma anche per chi volesse immergersi in un passato. A Parigi probabilmente sarete dei passeggeri, nelle colline di Beume, nei pressi di Digione, forse potrete anche guidare.