Ultima domenica a Parigi prima delle ferie. La mostra che ho visto e che raccontavo ieri, mi dato voglia di provare qualche sperimentazione. Ho attivato una simulazione pellicola ad alto contrasto e, in molti scatti, ho cercato quel “slightly out of focus” di cui parlavo nell’articolo precedente
Place Vendome, Parigi, 19 luglio
Era una bella giornata di sole, temperature ideali – una piacelo passeggiata tra Concorde, Tuilleries ed Opera. Qualche scatto, senza nessuna idea in mente predefinita, se non cercare di cambiare il riferimento du una domenica ordinaria e relativamente tranquilla in termini di traffico, numero di persone in giro, eventi.
Ho cercato quasi sempre di movimentare quello che vedevo
Cosi solo per il gusto do osservare e sperimentare.
Robert Capa ha inventato uno stile: quello del fotografo di guerra. Testimone impegnato, il suo sguardo ha lasciato un segno indelebile nella storia del fotogiornalismo e ha plasmato la nuova figura del fotografo di guerra.
Il Museo della Liberazione di Parigi – Museo del Generale Leclerc – Museo Jean Moulin propone, grazie alla collaborazione eccezionale di Magnum Photos, una rilettura contestualizzata della sua opera. Oltre sessanta stampe giornalistiche d’epoca sono esposte accanto a riviste, libri, documenti e oggetti personali. Insieme, questi centosessanta pezzi ripercorrono così il percorso di un giovane immigrato ungherese diventato un’icona della fotografia moderna.
Senz’altro una delle più celebri é quella che ha scattato in Spagna nel periodo della guerra civile, oldato repubblicano spagnolo colpito dai proiettili
Questa fotografia fece il giro del mondo. Pubblicata in Francia dalla rivista *VU* nel settembre 1936, da *Life* negli Stati Uniti nel luglio 1937 e apparsa sulla copertina di un libro di Robert Capa nel 1938, simboleggiava la vulnerabilità della Repubblica di fronte ai ribelli militari.
Tuttavia, un’altra fotografia quasi identica scattata da Capa, pubblicata su *VU*, solleva dei dubbi, soprattutto perché il fotografo aveva già lasciato Espejo (Spagna), il luogo dello scatto, quando erano scoppiati i combattimenti. Sebbene Capa sostenesse che si trattasse di una fotografia di guerra, era molto probabile che si trattasse di una messa in scena per i fotografi.
Un altra serie ha lascito forti dibattiti, quelle scattate durante lo sbarco in Normandia.
Sone poche immagini che sono state scattate di fretta, con cattivo tempo e in forte momento di paura durante lo sbarco. Sfuocate.
Il documentario proiettato nella sala conferenze del museo racconta di come si ritenesse fossero un centinaio, quasi tutte andate perdute in fase di sviluppo. In realtà, come il film racconta questo era poco probabile. Molto più probabilmente Capa ne ha scattate solo una decina, tra l’altro in condizioni di estrema complessità (brutto tempo, altissimo rischio), risultate in scatti sfuocati. Da qui la famosa espressione “leggermente fuori fuori” (Slightly Out of Focus) per descrivere questa famosa serie, usata anche nel suo libro autobiografico del 1947.
Dopo tutto, immaginate la situazione. Sono le 4 del mattino quando 2 mila uomini vengono radunati sul ponte della USS Chase, in attesa di essere calati in acqua a bordo di battelli. Anche Capa è con loro. Il mare è agitato, e sono tutti fradici prima ancora di allontanarsi dalla nave madre.
Nel suo libro, Capa descrive che «La costa della Normandia distava ancora molte miglia quando udimmo i primi, inconfondibili segnali acustici delle difese costiere. Ci abbassammo tutti sul fondo del battello, in mezzo all’acqua lurida, senza poter vedere avvicinarsi la linea della costa».
Non proprio le condizioni ideali per scattare delle foto nitide, perfette, impeccabili dal punto di vista tecnico. Soprattutto con macchine fotografiche che di automatico non avevano niente.
Tra l’altro Capa, pieno di paura, scappo’ indietro raggiungendo uno dei battelli che rientravano nelle navi statunitensi.
Foto di chiusura della mostra
Nel 1954, Robert Capa documenta la guerra d’Indocina, al seguito di una squadra di truppe francesi. Ad Hanoi, scatto’ le sue ultime immagini (una delle quali riprodotta in un grande muro in chiusura della mostra), prima dell’incidente che gli costò la vita; salì su un terrapieno per fotografare una colonna in avanzamento nella radura e qui posò il piede su una mina che lo uccise.
La mostra raccoglie altri bellissimi scatti del fotografo ungherese, tra le quali il “pastore ed il soldato”, realizzata in Sicilia durante la seconda guerra mondiale. Nell’isola gli alleati sbarcarono tra il 9 e il 10 luglio del 1943 con l’ “operazione Husky”. La foto venne scattata in Sicilia, tra le isolate montagne del territorio provinciale ennese, nell’estrema parte nordorientale a 3 km da Sperlinga sulla SS 120 in contrada Ponte Capostrà. Oggi in quel punto esatto è stata posta una targa nel ricordo di quel momento.
«Era la prima volta che seguivo un attacco dall’inizio alla fine, ma fu anche l’occasione per scattare ottime foto. Erano immagini molto semplici. Mostravano quanto noiosa e poco spettacolare fosse in verità la guerra. Il piccolo, bel paese di montagna, era completamente in rovina. I tedeschi che lo avevano difeso si erano ritirati durante la notte abbandonando alle loro spalle molti civili italiani, feriti o morti. Ci eravamo distesi per terra nella piccola piazza del paese, di fronte alla chiesa, stanchi e disgustati. Pensavo che non avesse alcun senso questo combattere, morire e fare foto»
Se passate per Parigi, andate a vedere la mostra, purtroppo molto di attualità in questo di guerre.
C’è un legame quasi fisico che si instaura con la propria macchina fotografica, un’affinità che comprendi appieno solo quando ti viene a mancare. Dopo un anno e mezzo, che mi è sembrato un’infinità, sono finalmente ritornato in possesso della Fujifilm X-Pro3. L’avevo dovuta sostituire per colpa del display reclinabile rotto – un problema, pare, purtroppo abbastanza frequente per questo modello. Ancora in garanzia, ma non più in commercio, ho dovuto sostuirla con un nuovo modello di mia scelta (X100VI). In questi diciotto mesi mi è mancata da morire.
Per celebrare questo “ritorno a casa”, appena l’ho avuta tra le mani mi trovavo a a due passi dalle colonne della Cour d’honneur.
Riprenderla in mano è stato come riprendere una conversazione con un vecchio amico interrotta a metà. La presa è sicura, familiare, ma è portando la fotocamera all’occhio che avviene la vera magia. Il mirino della X-Pro3 non è solo uno strumento per inquadrare: è un portale. Ti immerge totalmente nella scena, tagliando fuori il mondo esterno, le interferenze e tutte quelle distrazioni che spesso inquinano lo sguardo. Ci sei solo tu e la composizione.
E poi c’è quel suono. Il rumore dell’otturatore della X-Pro3 è qualcosa di speciale, un suono netto e meccanico che scandisce il momento dello scatto con una precisione rassicurante.
Tra l’ergonomia perfetta, il mirino isolante e quel “clic” inconfondibile, è successa una cosa molto semplice: passeggiando tra le geometrie della Cour d’honneur, mi sono sentito di nuovo a casa.