
C’è un legame quasi fisico che si instaura con la propria macchina fotografica, un’affinità che comprendi appieno solo quando ti viene a mancare. Dopo un anno e mezzo, che mi è sembrato un’infinità, sono finalmente ritornato in possesso della Fujifilm X-Pro3. L’avevo dovuta sostituire per colpa del display reclinabile rotto – un problema, pare, purtroppo abbastanza frequente per questo modello. Ancora in garanzia, ma non più in commercio, ho dovuto sostuirla con un nuovo modello di mia scelta (X100VI). In questi diciotto mesi mi è mancata da morire.

Per celebrare questo “ritorno a casa”, appena l’ho avuta tra le mani mi trovavo a a due passi dalle colonne della Cour d’honneur.
Riprenderla in mano è stato come riprendere una conversazione con un vecchio amico interrotta a metà. La presa è sicura, familiare, ma è portando la fotocamera all’occhio che avviene la vera magia. Il mirino della X-Pro3 non è solo uno strumento per inquadrare: è un portale. Ti immerge totalmente nella scena, tagliando fuori il mondo esterno, le interferenze e tutte quelle distrazioni che spesso inquinano lo sguardo. Ci sei solo tu e la composizione.

E poi c’è quel suono. Il rumore dell’otturatore della X-Pro3 è qualcosa di speciale, un suono netto e meccanico che scandisce il momento dello scatto con una precisione rassicurante.
Tra l’ergonomia perfetta, il mirino isolante e quel “clic” inconfondibile, è successa una cosa molto semplice: passeggiando tra le geometrie della Cour d’honneur, mi sono sentito di nuovo a casa.

